TURANDOT
https://www.youtube.com/watch?v=92klTZYA9CA
https://www.youtube.com/watch?v=xhSid3lsGQs
giovedì 15 marzo 2018
TURANDOT TEATRO REGIO TORINO
lunedì 5 marzo 2018
PARMA DANZA 2018 CARTELLONE
PARTNER & SPONSOR STAGIONE 2017-2018
Stagione 2018, lunedì 1 gennaio 2018
Il Teatro Regio di Parma ringrazia chi crede nella cultura e nelle bellezza.
PROJECT POLUNIN - SATORI
PARMADANZA | Teatro Regio di Parma, sabato 3 febbraio 2018
Sergei Polunin interprete e coreografo in uno spettacolo che abbina percezioni inconsuete con il carisma artistico di David Lachapelle.
COMPAGNIA JUNIOR BALLETTO DI TOSCANA - BELLA ADDORMENTATA
PARMADANZA | Teatro Regio di Parma, da venerdì 23 febbraio 2018 a sabato 24 febbraio 2018
Nelle strade frenetiche di una metropoli qualsiasi, dove tutti sono sempre di corsa cercando un sogno che non vedono, un risveglio.
ELEONORA ABBAGNATO - CARMEN
PARMADANZA | Teatro Regio di Parma, da sabato 7 aprile 2018 a domenica 8 aprile 2018
Una Carmen sicura, calda, mediterranea nell'interpretazione dell'étoile dell’Opéra National de Paris e direttrice del Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma.
COMPLEXIONS CONTEMPORARY BALLET
PARMADANZA | Teatro Regio di Parma, giovedì 10 maggio 2018
Al Regio una compagnia icona della danza contemporanea, "microcosmo dei migliori talenti della danza americana" secondo il New York Times.
BALLETTO DI MILANO - CENERENTOLA
PARMADANZA | Teatro Regio di Parma, da giovedì 24 maggio 2018 a venerdì 25 maggio 2018
Ironica e cinematografica: il Balletto di Milano porta l'antica favola in un frizzante immaginario da Italia del secondo dopoguerra.
BALLETTO DI MILANO - IL LAGO DEI CIGNI
PARMADANZA | Teatro Regio di Parma, venerdì 25 maggio 2018
Una delle compagnie di maggior prestigio in Italia nella nuova interpretazione del balletto per eccellenza.
EVOLUTION DANCE THEATER - NIGHT GARDEN
PARMADANZA | Teatro Regio di Parma, venerdì 8 giugno 2018
Uno spettacolo sognante e acrobatico, la vita notturna e segreta della natura fatta di forme fluttuanti e luci fluorescenti.
venerdì 2 marzo 2018
LA BELLA ADDORMENTATA COMPAGNIA JUNIOR DEL BALLETTO DI TOSCANA
La Bella Addormentata doveva andare in scena a Parma Danza 2018 ma della principessa delle favole non c'era alcuna traccia se non nel sottofondo musicale di Chaijcovsky che veniva alternata a brani moderni.Perchè mai un autore si permette di mancare di rispetto a un'opera stravolgendola e rivoltandola come un guanto da renderla irriconoscibile?
E' come se uno mettesse i baffi alla Gioconda per correggerla e innovarla che comunque verrebbe subito arrestato per atto vandalico.
“Io non ci sto” ha detto Armani vs. Gucci dopo che questi ha sfilato a Milano con le modelle in sala operatoria con il calco della loro testa in mano (effetto speciale artigianale di Cinecittà). Questa creatività al massacro è lo specchio della nostra società o solo un tentativo di illusionismo estremo alla testa di braccio come una sorta di mente fra le nuvole e braccia rubate all'agricoltura?
Tante domande che ci assillavano anche con questa Bella Addormentata che comunque ha tenuto vigile la platea perchè il corpo di ballo Compagnia Junior Balletto di Toscana, è di scuola eccellente, anche se la coreografia costumi e scene non hanno convinto per niente a supportare una trama incomprensibile perchè una favola classica è stata tradotta in balletto hip hop metropolitano con accenni di Brak-dance per le movenze a scatti come quelle dei robots, sublimata esaltata da Miachael Jackson.
Altra domanda: perchè una brava coreografa non si lancia in un'opera tutta sua mettendo in scena un saggio in ensamble che segua un filo conduttore originale e recepibile?
Così facendo con la Bella Addormentata si è penalizzato l'ensemble che meritava di essere compreso nelle performances in assolo in coppia o in gruppo senza indurre il pubblico a fare uno sforzo di immaginazione per individuare i personaggi dell'opera di Chaijcovsky. Per esempio il maggiordomo e quel trio di servette evocavano forse le fatine, ma perchè scuilettavano se erano in procinto di portare (o servire) doni alla principessa Aurora?
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Servitori e nobili si confondevano democraticamente fra loro mentre il principe-poeta non si rivelava tale quando duettava con la protagonista perchè la rivelazione era il Carabossi (strega malefica) in alter ego al maschile che rimanendo in mutande metteva in evidenzia un fisico scolpito e scultoreo rubando la scena a tutti, Bella Addormentata inclusa.
La mia visione da ignorante è questa perchè non ero preparata non avendo studiato la pagina illustrativa nella quale con il senno di poi ho finalmente recepito che si rappresentava una storia metropolitana immaginata da un “poeta” chiuso in una stanza dove faceva volare la sua fantasia su un ideale di amore puro incarnato da Aurora dandomi alla fine una conferma nel trasformare in certezza la mia intuizione che la Bella Addormentata è tutta un'altra storia alla quale sono state rubate musica e titolo per far da richiamo come articolo civetta proposto in una sorta di assemblaggio in collage di balletto hip-hop-pop-art.
Ma Andy Warhol, maestro di tale arte, aveva avuto il pregio di rispettare le forme del soggetto innovato e corretto per cui ci semra più giusto un parallelo con un'opera astratta alla Picasso ad effetto balletto in fiera in una sorta di accozzaglia di modernariato per amatori di un genere antiquato di nicchia attualizzato con l'ispirazione di video-clips, erchè il balletto contemporaneo d'avanguardia è tutta un'altra storia: Alvin Alley American Dance Teather o Ather Balletto insegnano.
La direzione artistica è di Cristina Bozzolini mentre la drammaturgia e coreografia sono di Diego Tortelli con i protagonisti Matilde Di Ciolo nel rulo di Aurora Roberto Doveri in quello del Poeta, Veronica Galdo “la fidanzata”(!?) Carabosse Martino Biagi (wow!)
Comunque “vada” è andato e tanti applausi come al solito scroscianti a tutti quanti indistintamente wow wow wow. Mah!
QUESTI FANTASMI di Eduardo De Filippo
Eduardo De Filippo è un grande autore che ha ispirato attori e registi di fama internazionale come Laurence Olivier e Franco Zeffirelli del teatro e del cinema dove veniva tradotto da Filumena Marturano in Matrimonio all'Italiana.Io ho avuto l'onore di “conoscerlo” tramite la Tv ai tempi in cui si riservava la prima serata al Teatro che n egli anni 60 aveva molto riscontro tra le masse per poi “ridursi” a una fascia di élite rappresentata da studenti e docenti anche perchè è diventato, con tutte le innovazioni e rivisitazioni, troppo cerebrale e metaforico incomprensibile ad un pubblico ormai assuefatto alle fiction Tv che saranno pure di semplice scrittura ma comunque di grande spettacolarità.
Anche Eduardo De Filippo a me da bambina risultava incomprensibile per la sua “parlata napoletana” circoscritta al territorio che Totò allora aveva sdoganato in tanti film con Peppino (fratello di De Filippo) mantenendo solo l'accento, però capivo l'importanza del personaggio e la sua grandezza dalle ovazioni del pubblico che non erano dettate dall'applausometro ma scaturite spontaneamente da sincera ammirazione dalla platea del teatro.
In questa stagione della Fondazione Teatro Due Eduardo De Filippo è stato riproposto dopo il grande successo dell'anno scorso, ripetuto puntualmente anche con Questi Fantasmi in scena il 18 e 19 febbraio 201 facendo il tutto esaurito con tante presenze in sala di Napoletani residenti che hanno condiviso i consensi di tutto il pubblico per la commedia tragi-comica allestita dalla Compagnia di Teatro Luca Di Filippo oggi diretta dalla vedova Carolina Rosi (anche interprete nel ruolo di moglie adultera) con la regia di Marco Tullio Giordana.
Fra tutti spicca il protagonista anziano Gianfelice Imparato nel ruolo di Pasquale Lojacono molto simile nella mimica al vecchio maestro Eduardo distinguendosi con un monologo al balcone dove dà lezione per fare un buon caffé con la moka. Caffè napoletano, il migliore in tutto il mondo.
https://www.youtube.com/watch?v=cOBMewfqnus
La casa in questione ha la sinistra fama di essere infestata dai fantasmi per cui viene affittata a quel Pasquale Lojacono che di mestiere metteva in pratica l'arte di arranggiarsi senza riuscire a concludere nulla, per cui trovandosi in ristrettezze si era deciso ad “aprire quella porta”.Fra equivoci e colpi di scena dove si appare sotto mentite spoglie di fantasmi per coprire adulteri (l'amante, Massimo De Matteo, con la moglie del protagonista), colpi di mano lesta (quella del portiere, Andre Cioffi) o per mettersi in pace con la coscienza di fronte a soldi, mobili e gioielli che appaiono per mano del portafogli dell'amante il quale ovviamente non esiste perchè fantasma.
I personaggi femminili si interscambiano i cliché: quella della moglie-puttana che alla fine appare come santa e quella della moglie-santa che in sostanza è un'arpia senza alcuna stima di sé e incaapce di crescere i figli destinati a diventare bamboccioni.
Il tutto è rappresentato con un'interpretazione di grande dignità a nobilitare storie di ordinaria e misera quotidianità in un mix che ricorda lo stile del principe De Curtis in arte Totò nel film Miseria e Nobiltà.
La commedia è in 3 atti con scene e luci di Gianni Carluccio Costumi Francesca Livia Sartori Musiche Andrea Farri. La scenografia è di tipo tradizionale con un interno (l'ingresso) e due balconi sui quali si affaccia il protagonista per dialogare con un vicino “professore” che non si vede ma, come una sorta di Grande Fratello, è sempre vigile limitando la libertà di movimento anche nella propria casa.
La commedia infatti è molto attuale anticipando di decenni il mondo contemporanea dove ormai siamo spiati tutti quanti attraverso telecamere sulle strade o effetti speciali tecnologici “nascosti” nei mezzi di comunicazione che sono in grado di raccogliere dati anche privati di tutti.
Tanti applausi e felicità così come si chiudevano gli spettacoli fino a qualche decennio fa, secondo tradizione.
domenica 9 luglio 2017
EXODUS. ALVIN AMERICAN DANCE THEATER
martedì 20 giugno 2017
CLITENNESTRA- POZZI DAL BIVACCO AL TEATRO IN FAMIGLIA
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“Nel teatro Greco di Siracusa c'erano 7- 8 mila persone: mangiavano patatine facevano selfie (anche al Regio, come citato nel post sotto sulla Danza al Regio di Parma) insomma c'era il bivacco. Qui invece mi sento come in famiglia”.
Parole più, parole meno Elisabetta Pozzi inizia lo spettacolo del suo trittico a Carta Bianca un'Attrice nel mito con Clitennestra O La Morte della Tragedia nella serata di Sabato 12 Aprile con la Fondazione Teatro Due, facendo un happening col pubblico che invita a salire con lei sul palco, con una coppia per fare coro e un gruppo a fare giuria per una sorta di processo a Clitennestra della quale Elisabetta alla fine emette una sentenza: “Clitennestra è innocente perchè abbiamo dato un senso al non senso.
In che senso? verrebbe da dire alla Carlo Verdone alzando gli occhi al cielo per riflettere.
Tra l'altro Elisabetta Pozzi con Carlo Verdone ha lavorato al cinema in un cameo nel film “Maledetto Il Giorno che Ti ho incontrato”, ma era comunque riferito a Margherita Buy, la protagonista.
E' stato un lavoro difficile per Elisabetta calarsi nei panni di Clitennestra ma ancora più difficile per noi riuscire a capire quello che a prima vista ci sembrava un gran pasticcio perchè lei entrava e usciva di scena a raccontar come se fosse in cattedra una donna regina ma anche madre adultera e assassina. Vittima o carnefice? La spada insanguinata che Elisdabetta-Clitennestra sguainava e roteava recitando i versi di Eschilo poteva darci una risposta secca se non fossero state inscenate tante altre performances ad aprire tante altre strade inaspettate.
Prima fra tutte Marguerite Yourcenar con la quale Elisabetta si trasforma in una Clittenestra in versione “molto francese” che - dopo una serie di elucubrazioni mentali a coinvolgere tutte le donne perchè “alzi la mano chi almeno una volta nella vita non ha pensato di far fuori il marito”(in questo caso una sorta di tiranno che porta in casa anche l'amante) - uccide
Agamennone senza pietà mentre fa il bagno in vasca. Alla Marat Sade di Peter Weiss, facendo giustizia come una sorta di Carlotta Corday. Molto francese! Egalitè. Oltre la donna ecco la rivoluzionaria a dare un risvolto politico alla tragedia.
La Fraternitè è rappresentata dai due figli Oreste ed Elettra che si alleano per vendicare il padre con la mano assassina di Oreste il quale non indietreggia nemmeno quando la madre lo invoca di desistere ricordandogli tutto il latte che aveva succhiato attaccato al suo seno. Latte evidentemente acido come quello di una donna segnata da tante tragedie già ancor prima di aver messo al mondo i figli di Agamennone (una delle quali, Ifigenia, sacrificata a morte prima di partire per la Guerra di Troia) cresciuti rancorosi e vendicativi. Assassini pure loro.
A perseguitare Oreste arrivano le Erinni che portano il seme della maledizione per rendere, come una sorta di libertè, giustizia.
La stessa che oggi viene incarnata con la democrazia per liberarci da questo seme maledetto che ha incatenato a sventura la stirpe degli uomini. E là dove non c'è democrazia sono tornate le Erinni?
Questa domanda non ci farà dormire per notti intere fino alla soluzione che potrebbe arrivare con la caduta del mito di Clitennestra vittima e carnefice di un tempo ormai perduto che tanti autori, dai classici ai contemporanei, hanno resa immortale essendo l'archetipo della grande madre terrificante. Oggi tradotta in protagonista della cronaca nera.
Clitennestra vive per sempre come ha scritto sulla lavagna Elisabetta Pozzi. Se lo dice lei c'è da crederci ma è arrivata ultima come traduttrice in una sorta di copia e incolla ad effetto collage del mito Clitennestra O la morte della tragedia.
Ma non ultima come grande attrice che con tutte quelle interpretazioni in un mix accattivante fra tradizione classica e innovazione contemporanea con citazioni da Pasolini a O'Neil, passando da uno spezzato di farsesco ad effetto “Gran pasticcio è Servito”, è riuscita a far cadere il mito Elisabetta e Clitennestra insieme.
Ma non tutto è perduto. Dopo la splendida Cassandra, alla prossima con Carta Bianca a Medea!
“Nel teatro Greco di Siracusa c'erano 7- 8 mila persone: mangiavano patatine facevano selfie (anche al Regio, come citato nel post sotto sulla Danza al Regio di Parma) insomma c'era il bivacco. Qui invece mi sento come in famiglia”.
Parole più, parole meno Elisabetta Pozzi inizia lo spettacolo del suo trittico a Carta Bianca un'Attrice nel mito con Clitennestra O La Morte della Tragedia nella serata di Sabato 12 Aprile con la Fondazione Teatro Due, facendo un happening col pubblico che invita a salire con lei sul palco, con una coppia per fare coro e un gruppo a fare giuria per una sorta di processo a Clitennestra della quale Elisabetta alla fine emette una sentenza: “Clitennestra è innocente perchè abbiamo dato un senso al non senso.In che senso? verrebbe da dire alla Carlo Verdone alzando gli occhi al cielo per riflettere.
Tra l'altro Elisabetta Pozzi con Carlo Verdone ha lavorato al cinema in un cameo nel film “Maledetto Il Giorno che Ti ho incontrato”, ma era comunque riferito a Margherita Buy, la protagonista.
E' stato un lavoro difficile per Elisabetta calarsi nei panni di Clitennestra ma ancora più difficile per noi riuscire a capire quello che a prima vista ci sembrava un gran pasticcio perchè lei entrava e usciva di scena a raccontar come se fosse in cattedra una donna regina ma anche madre adultera e assassina. Vittima o carnefice? La spada insanguinata che Elisdabetta-Clitennestra sguainava e roteava recitando i versi di Eschilo poteva darci una risposta secca se non fossero state inscenate tante altre performances ad aprire tante altre strade inaspettate.
Prima fra tutte Marguerite Yourcenar con la quale Elisabetta si trasforma in una Clittenestra in versione “molto francese” che - dopo una serie di elucubrazioni mentali a coinvolgere tutte le donne perchè “alzi la mano chi almeno una volta nella vita non ha pensato di far fuori il marito”(in questo caso una sorta di tiranno che porta in casa anche l'amante) - uccideAgamennone senza pietà mentre fa il bagno in vasca. Alla Marat Sade di Peter Weiss, facendo giustizia come una sorta di Carlotta Corday. Molto francese! Egalitè. Oltre la donna ecco la rivoluzionaria a dare un risvolto politico alla tragedia.
La Fraternitè è rappresentata dai due figli Oreste ed Elettra che si alleano per vendicare il padre con la mano assassina di Oreste il quale non indietreggia nemmeno quando la madre lo invoca di desistere ricordandogli tutto il latte che aveva succhiato attaccato al suo seno. Latte evidentemente acido come quello di una donna segnata da tante tragedie già ancor prima di aver messo al mondo i figli di Agamennone (una delle quali, Ifigenia, sacrificata a morte prima di partire per la Guerra di Troia) cresciuti rancorosi e vendicativi. Assassini pure loro.
A perseguitare Oreste arrivano le Erinni che portano il seme della maledizione per rendere, come una sorta di libertè, giustizia.
La stessa che oggi viene incarnata con la democrazia per liberarci da questo seme maledetto che ha incatenato a sventura la stirpe degli uomini. E là dove non c'è democrazia sono tornate le Erinni?
Questa domanda non ci farà dormire per notti intere fino alla soluzione che potrebbe arrivare con la caduta del mito di Clitennestra vittima e carnefice di un tempo ormai perduto che tanti autori, dai classici ai contemporanei, hanno resa immortale essendo l'archetipo della grande madre terrificante. Oggi tradotta in protagonista della cronaca nera.
Clitennestra vive per sempre come ha scritto sulla lavagna Elisabetta Pozzi. Se lo dice lei c'è da crederci ma è arrivata ultima come traduttrice in una sorta di copia e incolla ad effetto collage del mito Clitennestra O la morte della tragedia.
Ma non ultima come grande attrice che con tutte quelle interpretazioni in un mix accattivante fra tradizione classica e innovazione contemporanea con citazioni da Pasolini a O'Neil, passando da uno spezzato di farsesco ad effetto “Gran pasticcio è Servito”, è riuscita a far cadere il mito Elisabetta e Clitennestra insieme.
Ma non tutto è perduto. Dopo la splendida Cassandra, alla prossima con Carta Bianca a Medea!
venerdì 14 aprile 2017
IL BORGHESE GENTILUOMO IN LIBERTY
Il Borghese Gentiluomo è un'opera di Molière poco rappresentata per cui risulta difficile fare un parallelo tra la trasposizione classica e quella contemporanea in scena a Teatro Due con la regia di Filippo Dini.
Il quale dopo l'Ivano dello scorso anno si conferma con una traduzione del classico in liberty.
Le scenografie infatti sono composte da pareti roteanti interscambiabili in stile art déco, corredate da lampadari a gocce a bagliori saettanti per sottolineare lo scintillìo del lusso fra divani e tapezzerie in pendant in una sorta di gazzabuglio fra l'antico, il modernariato ed il metallaro punk caricando di disordine la scena per renderla come in una sorta di bordello pimpante e variegatra a supportare una comicità di un parvenu: In odor di nobiltà.
Questa opera di Molière non è una comedie balet a ritmo di un minuetto a cavallo seicentoe settecento, ma una ballata al suon di una pianola incasinata nella Belle Epoque.
Tanto chiasso in frizzi e lazzi per inquadrare l'ascesa al vertice della nobiltà di un rozzo figlio di mercante diventato talmente ricco da potersi permettere di comprare anche un titolo per elevar la sua persona ad alto rango con relativa stemma a una sorta de' casato de' noantri.
La commedia rappresentata a Teatro Due cade a fagiolo nell'insediamento di Donald Trumpo alla Casa Bianca, prestandosi ampiamento al parallelo perchè anche lui ricco borghese rampichino che grazie all'aiutino di Vladimir Putin è riuscito nell'intento di “comprarsi” il titolo di Presidente degli Stati Uniti pur non avendo i requisiti per governare come statista illuminato, rimanendo sempre e comunque un pidocchio arricchito.
Tutto ruota, come in ogni opera di Molière, intorno al protagfonista, signor Jourdain (Filippo Dini) circondato da nobili squattrinati, stilisti cialtroni, servette petulanti e saccenti, servi tontoloni, vedove eleganti e raffinate che aprono le gambe di nascosto in modo signorile, figlie truzze assatanate e moglie sciuretta ben felice del suo stato di ricca borgfhese stimata e onorata conscia del fatto che in business classe sarebbe additata con spregio come rampichina.
Dopo il palleggio delle battute comiche (esilaranti e sganascianti per un pubblico già preparato al divertissment da un intenso battage pubblicitario e suadente giusto per una massa di “pecoroni” tanto per citare Mastroianni in Ginger e Fred di Fellini), a rappresentare il fascino pacchiano della borghesia che si stava imponendo avendo pane e denti per mettere le mani in pasta nelle brioches della nobiltà. Finita male come si sa.
Anche la commedia finisce male con un escamotage nel quale il protagonista si ravvede dopo averle prese di santa ragione da tutti quelli che gli “volevano bene”, a lui ed al patrimonio che stava dilapitando distribuendo mance a tutti i profittatori adulatori.
La regia è dinamica per cui le due ore passano in fretta anche senza intervallo perchè all'interscambio delle scene provvedono gli artisti stessi muovendo agilmente le parenti roteanti nel piroettante arredo in art dèco con sottofondo il leit motiv della pianola. Tanti applausi per tutti e tanti sorrisi di soddisfazione fra il pubblico:”Finalmente una bella commedia”
E si sa il pubblico nei giudizi è sempre sovrano. O forse era la claque?
Tra il classico ed il contemporaneo la claque non si è mai innovata restando rumorosamente immutata nei secoli e millenni della storia del teatro.
venerdì 7 aprile 2017
IL MALATO IMMAGINARIO IN COMEDIE BALLET
Il Malato Immaginario è un'opera di Molière tradotta anche al cinema con un film di Alberto Sordi che della farsa aveva fatto una storia comico-pecoreccia della tipica commedia all'italiana girando intorno all'enteroclisma-alambicco, oggetto del suo “desiderio” per poi sfociare in un turbinio di venti come preludio per depurare l'organismo di un malato dipendente del piacere anale dato dal clistere e nell'evacuazione sul vasino. Tipica fase, di scuola Freudiana, del bambino.

A Teatro invece ci sono state innumerevoli versioni tutte imperniate su cadenze tristi e lugubri per dare dignità attraverso la sofferenza a un personaggio maniaco delle tisane depurative come a volersi liberare del peso della vita e di tutto il fardello delle responsabiliutà del quotidiano.
Il Malato Immaginario in scena a Teatro Due invece è stato una sorpresa confermata comunque dopo la scorsa edizione della Locandiera sempre con la regia di Walter Le Moli. Il quale in questi due contesti si esprime rivelando un lato leggiadro del suo spirito creativo che con il Malato Immaginario di Molière a sfondo musicale e danzante ha raggiunto la punta massima di spettacolo accattivante e di successo.
Con ritmo vivace ha saputo tradurre il testo originario di una comedie-ballet di Molièr mettendo in scena un ensemble (produzione Fondazione Teatro Due) ben assortito e coeso nel recitare i versi in armonia con una mimica teatrale gesticolante nella forma e dai toni enfatici nella sostanza ad accompagnare i sentimenti dei due giovani innamoratri (la figlia Angelica, Paola De Crescenzo, ed il suo cantore Cleante, Luca Nocera) mentre, danzando sulle note in versi, cantano con voci armoniose il loro amore sotto metafora di un pastore e di una pastorella (tipico connubio dell'immaginario erotico come si evince da tante pitture e disegni dell'era “volgare” che va fino a metà 700).
Il pecoreccio del tema clistere viene sublimato da questa storia d'amore che fa da fulcro alla commedia più di quanto lo possano le evacuazioni del protagonista traducendo in pieno proprio in questo punto la comedie-ballet di Molière innovata con una citazione al musical La-la-Land (candidato all'Oscar con Emma Stone e Ryan Goslyn) con i due protagonisti impegnati in un duetto romantico e mieloso sul filone d'oro dei grandi musical Hollywoodiani.


Ma sono tutti insieme a danzare con leggiadria e grazia sul palco del Malato Immaginario in un divertissment in ritmo seicentesco come quello che accompagnava i balli a Versailles perchè Molière era un autore alla Corte di Luigi XIV. Il quale comunque aveva rifiutato la rappresentazione dell'opera licenziando il grande commediografo, rispecchiandosi lui stesso o quanto meno buona parte della classe nobile, in quel personaggio maniaco-depresso del malato Argan, Massimiliano Sbarsi, sempre circondato da luminari della scienza medica in veste di lugubri portatori di morte, dai quali la classe nobile si sentiva dipendente e succube, che pretendevano di dare con salassi e pozioni purgative la guarigione ad un uomo colpito dal male
La battuta di saggezza popolare lungimirante è quella del fratello di Argan, Beraldo (Emanuele Vezzoli) una sorta di angelo custode che lo illumina consigliandolo di liberarsi dei “luminari” prof. Purgon e Fecis (Nanni Tormen) e del figlio di quest'ultimo Tommaso (Sergio Filippa) aspirante sposo imbranato nel corteggiamento della giovane Angelica, perchè per guarire da ua malattia basta mettersi a riposo aspettando che passi seguendo il ritmo della natura la quale dopo ogni caduta risorge trionfante.
Solo dal bene per se stessi può nascere la guarigione per cui tutti intorno lo aiutano a coccolarsi un po' prodigandosi nel fare cerchio esprimendo a cuore aperto i loro sentimenti esternati grazie ad un escamotage della “petulante” domestica la quale facendolo sembrare morto smaschera la sua seconda moglie Beline avida e bugiuarda (Cristina Cattellani) per farlo poi finire fra le braccia dei suoi familiari sinceri nonchè della scaltra ed impicciona serva Toinette (Laura Cleri) considerata governante insostituibile della casa perchè fedele ed efficiente.
Con una laurea ad honorem in medicina ad Argan, avendo nel corso della sua immaginaria malattia fatto una cultura sui mali e sulle cure, inscenata da amici e parenti recitando in latino maccheronico-gogliardico, il Malato Argan chiude con l'ipocondria entrando in scena in pantaloni dopo essersi liberato della camicia da nottre a danzare con il bastone in mano (arraggiamenti musicali di Bruno De Franceschi) la rinascita in una nuova vita facendo un inchino in sincrono al rotear del braccio.
Questa traduzione di Walter Le Moli è stata molto apprezzata dal pubblico che anche nell'ultima serata, dopo diverse rappresentazioni, ha fatto il tutto esaurito in sala con lunghi applausi finali a tutti i protagonisti in abiti contemporanei (costumi di Gian Luca Falaschi), tranne Argan in perfetto stile aristo seicentesco ed i medici con mantello nero e becco a rappresentare una classe “precieuses ridicules” mentre gli altri personaggi erano in borghese a significar che quella classe si stava imponendo in tutta la sua scaltra praticità e voglia di vivere da “incanalare” in senso positivo con arte e operosità.

A Teatro invece ci sono state innumerevoli versioni tutte imperniate su cadenze tristi e lugubri per dare dignità attraverso la sofferenza a un personaggio maniaco delle tisane depurative come a volersi liberare del peso della vita e di tutto il fardello delle responsabiliutà del quotidiano.
Il Malato Immaginario in scena a Teatro Due invece è stato una sorpresa confermata comunque dopo la scorsa edizione della Locandiera sempre con la regia di Walter Le Moli. Il quale in questi due contesti si esprime rivelando un lato leggiadro del suo spirito creativo che con il Malato Immaginario di Molière a sfondo musicale e danzante ha raggiunto la punta massima di spettacolo accattivante e di successo.
Con ritmo vivace ha saputo tradurre il testo originario di una comedie-ballet di Molièr mettendo in scena un ensemble (produzione Fondazione Teatro Due) ben assortito e coeso nel recitare i versi in armonia con una mimica teatrale gesticolante nella forma e dai toni enfatici nella sostanza ad accompagnare i sentimenti dei due giovani innamoratri (la figlia Angelica, Paola De Crescenzo, ed il suo cantore Cleante, Luca Nocera) mentre, danzando sulle note in versi, cantano con voci armoniose il loro amore sotto metafora di un pastore e di una pastorella (tipico connubio dell'immaginario erotico come si evince da tante pitture e disegni dell'era “volgare” che va fino a metà 700).
Il pecoreccio del tema clistere viene sublimato da questa storia d'amore che fa da fulcro alla commedia più di quanto lo possano le evacuazioni del protagonista traducendo in pieno proprio in questo punto la comedie-ballet di Molière innovata con una citazione al musical La-la-Land (candidato all'Oscar con Emma Stone e Ryan Goslyn) con i due protagonisti impegnati in un duetto romantico e mieloso sul filone d'oro dei grandi musical Hollywoodiani.


Ma sono tutti insieme a danzare con leggiadria e grazia sul palco del Malato Immaginario in un divertissment in ritmo seicentesco come quello che accompagnava i balli a Versailles perchè Molière era un autore alla Corte di Luigi XIV. Il quale comunque aveva rifiutato la rappresentazione dell'opera licenziando il grande commediografo, rispecchiandosi lui stesso o quanto meno buona parte della classe nobile, in quel personaggio maniaco-depresso del malato Argan, Massimiliano Sbarsi, sempre circondato da luminari della scienza medica in veste di lugubri portatori di morte, dai quali la classe nobile si sentiva dipendente e succube, che pretendevano di dare con salassi e pozioni purgative la guarigione ad un uomo colpito dal male
La battuta di saggezza popolare lungimirante è quella del fratello di Argan, Beraldo (Emanuele Vezzoli) una sorta di angelo custode che lo illumina consigliandolo di liberarsi dei “luminari” prof. Purgon e Fecis (Nanni Tormen) e del figlio di quest'ultimo Tommaso (Sergio Filippa) aspirante sposo imbranato nel corteggiamento della giovane Angelica, perchè per guarire da ua malattia basta mettersi a riposo aspettando che passi seguendo il ritmo della natura la quale dopo ogni caduta risorge trionfante.Solo dal bene per se stessi può nascere la guarigione per cui tutti intorno lo aiutano a coccolarsi un po' prodigandosi nel fare cerchio esprimendo a cuore aperto i loro sentimenti esternati grazie ad un escamotage della “petulante” domestica la quale facendolo sembrare morto smaschera la sua seconda moglie Beline avida e bugiuarda (Cristina Cattellani) per farlo poi finire fra le braccia dei suoi familiari sinceri nonchè della scaltra ed impicciona serva Toinette (Laura Cleri) considerata governante insostituibile della casa perchè fedele ed efficiente.
Con una laurea ad honorem in medicina ad Argan, avendo nel corso della sua immaginaria malattia fatto una cultura sui mali e sulle cure, inscenata da amici e parenti recitando in latino maccheronico-gogliardico, il Malato Argan chiude con l'ipocondria entrando in scena in pantaloni dopo essersi liberato della camicia da nottre a danzare con il bastone in mano (arraggiamenti musicali di Bruno De Franceschi) la rinascita in una nuova vita facendo un inchino in sincrono al rotear del braccio.
Questa traduzione di Walter Le Moli è stata molto apprezzata dal pubblico che anche nell'ultima serata, dopo diverse rappresentazioni, ha fatto il tutto esaurito in sala con lunghi applausi finali a tutti i protagonisti in abiti contemporanei (costumi di Gian Luca Falaschi), tranne Argan in perfetto stile aristo seicentesco ed i medici con mantello nero e becco a rappresentare una classe “precieuses ridicules” mentre gli altri personaggi erano in borghese a significar che quella classe si stava imponendo in tutta la sua scaltra praticità e voglia di vivere da “incanalare” in senso positivo con arte e operosità.
Classe che comunque emergerà con tutta la sua forza manageriale e tale da superare quella nobile con la Locandiera di Carlo Goldoni in cartellone in replica e sempre sotto la regia di Walter Le Moli il quale ha fatto centro con la doppietta del Malato Immaginario (assistenti alla regia Caroline Chantolleau e Giacomo Giuntini) sia nella scorsa stagione che in questa attuale. Bel colpo.
giovedì 16 marzo 2017
ANNA BOLENA TRA STORIA E OPERA
Anna Bolena in scena al Teatro Regio di Parma: Donizzetti non è Verdi d'accordo, ma non mette nemmeno d'accordo sulla fedeltà alla storia dei Tudor.
Purtroppo ci sono molte traduzioni di autori che hanno fantasticato sulla tragica storia di Enrico VIII e Anna Bolena sia al cinema che in serial Tv passando dal Teatro dell'Opera quest'ultima con la messa in scena della Bolena che duetta con la sua serva infedele e rivale Jane Seymour.
Questa versione contrasta con i documenti storici che propongono invece una Bolena fiera e aggressiva mai piegata nemmeno di fronte alla morte che lei stessa sceglieva rifiutando l'annullamento offerto da Enrico per salvarle la vita, per preservare il trono a sua figlia Elisabetta, considerata l'erede legittima dopo l'annullamento del matrimonio con Caterina.
Ma nonostante questo asservimento sessuale non era il sesso a fare da collante di questa coppia regale bensì l'ambizione di portare la Corona che se per Anna si realizzava nella discendenza alla figlia Elisabetta per Enrico rappresentava una frustrazione rimanendo il vuoto di un erede maschio a perpetrare il nome dei Tudor.
Un gioco duro che ha visto giocare due duri come Enrico ed Anna i quali si sono dati battaglia per questa sostanziale differenza a dimostrar comunque la sottile intelligenza della Bolena nel puntare con determinazione sulla Corona quale fulcro del potere assoluto sul Regno di Inghilterra che si sarebbe tramandato nei secoli e millenni, riuscendo con ferrea volontà nell'intento di farla posare sul capo di Elisabetta.
La quale con la fine del suo Regno ha segnato anche la fine dei Tudor, ma non della Corona perchè è passata saldamente indenne fino ai giorni nostri con la Regina Elisabetta che la indossa negli eventi più importanti del Regno Britannico in cui regna sovrana.
Questa premessa è solo per assistere all'Opera con le idee chiare per fare osservazioni anche sui dettagli: se il Cast si è fatto onore accompagnato dall'Orchestra Regionale dell'Emilia con il Coro del Teatro Regio diretto dal maestro Martino Faggiani tutto l'allestimento ha sorpreso anche se da tempo l'Opera classica ci siamo rassegnati a vederla innovata con effetti scenografici digitali a sostituire o a supportare come in questo caso di Anna Bolena le classiche scenografie in carton-gesso ed i fondali in tromp-l'oeil illuminati con giochi di luce colorati e a intermittenza o fasci di fari puntati sul protagonista per cui il mix fra classico e moderno curati dalla scenografa Monica Manganelli è stato apprezzato avendo saputo rappresentare il contesto

cinquecentesco in modo stilizzato facendo roteare in scena delle pareti in stile trasformate in porte, finestre e prigioni con la luce a faro ad illuminare una gabbia per la Regina come metafora di un uccellin al quale hanno tarpato le ali per interrompere il suo sogno di volare verso alti orizzonti perchè troppo carica di colpe per aver tradito il Re con vari personaggi di Corte tra i quali il fratello, Paolo Battaglia Lord Rocheford, un suo vecchio spasimante Lord Riccardo Percy Giulio Pelligra, e con il suo cantore e paggio Smenton (interpretato da Martina Belli, che non aveva nulla di efebico avendo un abbondante seno).
In realtà le colpe di Anna erano ben altre e prima fra tutte quella di aver condannato a morte dignitari importanti della Corte solo perchè ostili ed oppositori al riconoscimento del suo matrimonio e del conseguente scisma dalla Chiesa Cattolica.
Tutte colpe dal quale il Re si voleva assolvere facendo apparire la Regina come una strega artefice della scissione e di tutti i delitti di cui si era macchiato Enrico VIII confermati dal fatto che alla morte di Anna aveva mantenuto la sua carico di capo della Chiesa Anglicana fuori dal Papato di Roma.
Jane Seymour è una delle tante cortigiane che gli ronzavano intorno che “grazie” alla sua morte precoce nel partorire l'unico figlio maschio di Enrico, è stata assurta a mito come unico vero amore del sovrano..
Il quale invece si è sbarazzato sbrigativamente di tutte le mogli fino all'ultima (la sesta) che non ha potuto spodestare perchè morto prima lui.
Passino gli errori storici sul libretto dell'Opera, passino pure i supporti digitali perchè in questo contesto erano comunque di grande effetto confermando il talento di Monica Manganelli come fenomeno in ascesa della città di Parma, ma non passano assolutamente le scelte dei costumi con una pelliccia di volpe sul protagonista il basso Marco Spotti (Enrico) quando si sa che nel potere la più alta carica è rappresentata con l'ermellino come si evince anche dalle immagini storiche del Re.
Non passa nemmeno la scelta del vestito tutto rosso di Anna, Yolanda Auyanet, come una sorta di Rossella di Porta a Porta (v. le Porte di cui sopra) quando sentendosi tradita dai due amanti si prostra ai piè della sua rivale Seymour, Sonia Ganassi) anche lei curiosamente vestita e pettinata come una fantessa robusta in chemisier longuette con tacco a rocchhetto e caschetto di capelli biondi e ricci come una sorta di badante o ancor meglio di Camilla duchessa di Cornovaglia mentre si inorridisce sulla scena finale quando la Bolena appare di bianco vestita in raso damascato come una sorta di Biancaneve vittima sacrificale della rivale in competizione per la carica di più bella del reame. Una mise virginale che contrastava alquanto con la stazza della protagonista di forma giunonica in grado di mettere KO il Re con una spallata ben assestata.Tutto è lasciato alla fantasia dell'autore che giustamente non si è curato di dare un occhio alle immagini d'epoca nelle quali la Bolena è sempre rappresentata con il copricapo esagonale e il décolleté quadrato. Perchè copiare?
Così della Bolena originale si perde ogni memoria per riportarla in parallelo a quella dell'Aida (della quale tra l'altro la Manganelli ha curato la scenografia per altri teatri) con la Regina Amneris in duetto con la schiava rivale che comunque con Giuseppe Verdi perde la partita Regina vs Ancella-Amante del Re. Un leit motiv che vedrà protagonista anche Elisabetta con la sua dama di compagnia che intreccerà una tresca con l'amante della Regina rimanendo incinta senza il consenso di Sua Maestà.
A parte la libera interpretazione della storia Anna Bolena in questa opera è intrisa di un sentimentalismo bacchettone con tanti sensi di colpa e assoluzioni generose verso la rivale Jane Seymour prima di salire sul patibolo ingiustamente condannata dal Re perchè non la desiderava più disgustato dalle sue intromisissioni nella politica di Governo dove la Bolena metteva il naso per soddisfare le sue mire di potere dalle quali tutte le altre sono rimaste estranee accontentandosi di fare le Reginette delle feste di Corte o di essere usate come pedine (come l'ultima moglie del Re) nella guerra fra Anglicani e Cattolici che scalpitavano per tornare a Corte .
Infatti vincevano con il breve Governo della figlia di primo letto di Enrico, Mary La sanguinaria avendo fatto strage fra i seguaci di suo Padre allontanatosi dal Papato di Roma. Invece Elisabetta si prodigò per difendere il nuovo corso del Regno di Inghilterra combattendo e vincendo sulla cattolicissima Spagna per regnare in pace lasciando libero il suo popolo di seguirla.
Una scelta che l'Inghilterra ha fatto a quel tempo rimanendo fedele nei millenni alla Corona dei Tudor passata nella storia da Elisabetta prima ad Elisabetta seconda a chiudere il cerchio magico delle grandi Regine d'Inghilterra per aprirsi ai nuovi eredi al trono tutti maschi, da Carlo ai figli William ed Harry passando dal nipote George.
Tornando all'Opera, i mimi inquietanti al posto del divertissment hanno decisamente annoiato muovendosi con una lentezza che ha segnato il passo dell'opera portata lungamente avanti senza ritmo in un ambientazione da seconda guerra mondiale con i soldati in divise militari di quel tempo.
“Ho voluto raccontare la storia di due donne in un mondo dominato da maschi che si aggrappano l'un l'altra” recita il regista Alfonso Antoniozzi nel libretto anche se non pare questa l'intenzione di Donizzetti (che ha invece fatto duettare due rivali come una sorta di donnine in crinoline ottocentesche piccole piccole e disperate: la prima perchè vecchia ciabatta, la seconda nel provar vergogna d'essere ruba-mariti) perchè a quel tempo non c'era solidarietà al femminile ed il femminismo era ancora molto lontano. Pertanto questa libera interpretazione sembra un escamotage per fare qualcosa di originale come quella di cambiare la cornice in un quadro antico lasciando intatto il testo classico.I giovani autori si sbizzarriscono a costo di lasciare il pubblico impreparato alquanto perplesso ben sicuri che si abituerà al cambiamento perchè per “attenersi” ai documenti storici bisogna far ricerche documentandosi pazientemente facendo anche uno sforzo di costi di lavorazione che i laboratori del Teatro Regio evidentemente non sono in grado di sostenere.
In attesa che arrivino gli sbandierati fondi e sperando che vadano ad arricchire l'opera riportandola agli antichi fasti gli applausi scroscianti per questa versione di Anna Bolena non si son fatti mancare ad onorare il talento degli artisti e nel rispetto degli addetti ai lavori decretando un gran successo allo spettacolo.
“Non si viene a Teatro per l'Opera in sé perchè se vuoi ascoltarla veramente ci sono i vecchi dischi, le cassette o i dvd” dice un vecchio spettatore abituè che frequenta il Teatro già dai tempi del dopoguerra: “A Verona per esempio c'è un'acustica terribile ma lo spettacolo è unico nella sua maestosa cornice così come qui al Teatro Regio è elegante raffinato. Non si viene tanto per l'Opera quanto per la cornice con gli scenari del palco (ora in digitale) il foyer (pochi abiti lunghi), i loggionisti (che nessuno intervista più) i palchi con gli spuntini all'intervallo (che ora si fan al cafè del Teatro), tutto un insieme che ha fatto appassionare alla Lirica noi Parmigiani più di qualsiasi altra forma di spettacolo”.
Così parlò il tipico parmigiano melomane dalla platea. E allora perchè cambiare questa cornice e non continuare nella tradizione degli antichi fasti? Con questo senza nulla togliere al genio creativo innovativo di scenografi costumisti e tecnici di luci perchè ci sono tanti settori nei quali possono esprimersi al meglio.
I templi della Lirica continuando con gli allestimenti delle Opere seguendo la tradizione che l'hanno fatta grande diversa e unica dovrebbero essere considerati patrimonio dell'umanità.
giovedì 23 febbraio 2017
NUOVA STAGIONE ALVIN AILEY
ALVIN AILEY
AMERICAN DANCE THEATER
Groups Save 20% on Ailey II at NYU Skirball Center, March 29-April 2
Gather a group of ten or more friends, family, colleagues and join us for our downtown debut at NYU Skirball Center to save 20% on prime seating. NYU Skirball Center is conveniently located on Washington Square Park South close to restaurants, cafes, shopping and more. Make a day of it and explore the historic Greenwich Village neighborhood, all easily accessible by public transportation.
All New program
Mar 29 at 7:30pm, Mar 31 at 8:00pm, April 2 at 3:00pm and 7:30pm
Circular (2017) / Stream of Consciousness (2017) / Sketches of Flames (2017)
Contemporary Favorites program
Mar 30 at 7:30pm, April 1 at 2:00pm and 8:00pm
In & Out (2016) / Meika (2017) / Gêmeos (2016) / Something Tangible (2016)
For more information and assistance planning your group’s outing, please contact Maria Flotta at 212-405-9082 or email groupsales@alvinailey.org.
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Contemporary Favorites programMar 30 at 7:30pm, April 1 at 2:00pm and 8:00pm
In & Out (2016) / Meika (2017) / Gêmeos (2016) / Something Tangible (2016)
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martedì 21 febbraio 2017
BUTTERFLY TRIONFA ALLA SCALA. GIOIELLI E BIJOUX NEL FOYER
9 Dicembre 2016 -L'evento mondano di questi giorni è sicuramente l'Opera della Scala di Milano che ha aperto con Madama Butterfly trasmessa in diretta su Rai Uno per allagarsi al grande pubblico televisivo che ha gradito.
L'Opera è stata un trionfo non solo per tutto il cast ma anche per l'allestimento non in stile giapponese ma seguendo la tradizione Giapponese fra Teatro No
("Il nō (能? lett. "abilità")[1] è una forma di teatro sorta in Giappone nel XIV secolo che presuppone una cultura abbastanza elevata per essere compreso, a differenza del kabuki che ne rappresenta la sua volgarizzazione. I testi del nō sono costruiti in modo da poter essere interpretati liberamente dallo spettatore, ciò è dovuto in parte alla peculiarità della lingua che presenta numerosi omofoni. È caratterizzato dalla lentezza, da una grazia spartana e dall'uso di maschere caratteristiche")
e cartoiline sal Sol Levante:: grandi vetrate che si aprivano ad incastro, peschi in fiore, gheishe in Kimono nel quale imperava il bianco insieme al bianco delle maschere tragiche con il mascara che colava a pianto delle figuranti a preannunbciare la tragedia della protagonista in Harakiri come una sorta di coro silenzioso delle Troiane nelle tragedie Greche. A conclusione tanti applausi che i titoli di coda della trasmissione hanno coperto finendo silenziosamente.
Il silenzio è oro. Sì purchè bianco perchè di oro giallo non c'era traccia alcuna nel Foyer perchè secondo tradizione l'oro giallo non accompagna mai le mise sfarzose le quali devono brillare insieme ai diamanti e pietre preziose dalle quali sono bandite perle e bigiotteria. Invece quest'anno il foyer alla Scala era piuttosto sul dimesso con delle mises più da party che da Prima della Scala.
Fatta salva qualche eccezione di abiti lunghi con stole di raso o visone bianco ma senza tanti strascichi da Red Carpet Hollywoodiani, le mises erano quasi tutte corte con molto velluto nero e bordeaux, qualche tulle misto a pizzo in stile sirena, e udite udite anche tailleur con giro perle.
Niente oro giallo comunque come detto sopra ma tanti brillanti veri o svarowsky purchè luccicanti, con pietre preziose e qualche collana di bigiotteria a far cineseria.
Guardare per credere.
http://www.corriere.it/foto-gallery/moda/news/16_dicembre_07/madama-butterfly-look-prima-scala-43c9ed02-bc8b-1
Il pubblico era formato quasi esclusivamente da ricchi imprenditori con qualche nobile come l'ex Re Juan Carlos arrivato senza la consorte Sofia dalla quale da tempo è separato in Palazzo facendo vita indipendente per godersi la vita da pensionato di lusso con badanti compiacenti. Poche le presenze di attrici importanti, solo qualche soubrette della Tv e conduttrici di fama come Cristina Parodi la quale era tanto presa a fare i selfie con la sorella Benedetta da lasciarsi scappare lo scoop dell'intervista al Re di Spagna rubatole dall'inviata del Tg 5.
Meglio la fiera delle vanità dove la Paodi ci ha sguazzato alla grande con esperte del settore per fare taglia e cuci alle comparse del Fopyer perchè le protagoniste si sono sfilate elegantemente. Molto presente invece è stato Alfonso Signorini presentatosi in tabarro rosso fuego per catturare l'attenzione riuscendoci benissimo nel mettere in scena La Tragedia di Un Direttore Ridicolo, ben lungi da quel signore gentile educato che si era anonimamente mescolato nel Foyer del Teatro Regio di Parma alcuni anni fa Scherzi del potere a CHI non ce l'ha. Signori si nasce e lui evidentemente lo nacque signorino.
L'Opera è stata un trionfo non solo per tutto il cast ma anche per l'allestimento non in stile giapponese ma seguendo la tradizione Giapponese fra Teatro No
("Il nō (能? lett. "abilità")[1] è una forma di teatro sorta in Giappone nel XIV secolo che presuppone una cultura abbastanza elevata per essere compreso, a differenza del kabuki che ne rappresenta la sua volgarizzazione. I testi del nō sono costruiti in modo da poter essere interpretati liberamente dallo spettatore, ciò è dovuto in parte alla peculiarità della lingua che presenta numerosi omofoni. È caratterizzato dalla lentezza, da una grazia spartana e dall'uso di maschere caratteristiche")
e cartoiline sal Sol Levante:: grandi vetrate che si aprivano ad incastro, peschi in fiore, gheishe in Kimono nel quale imperava il bianco insieme al bianco delle maschere tragiche con il mascara che colava a pianto delle figuranti a preannunbciare la tragedia della protagonista in Harakiri come una sorta di coro silenzioso delle Troiane nelle tragedie Greche. A conclusione tanti applausi che i titoli di coda della trasmissione hanno coperto finendo silenziosamente.
Il silenzio è oro. Sì purchè bianco perchè di oro giallo non c'era traccia alcuna nel Foyer perchè secondo tradizione l'oro giallo non accompagna mai le mise sfarzose le quali devono brillare insieme ai diamanti e pietre preziose dalle quali sono bandite perle e bigiotteria. Invece quest'anno il foyer alla Scala era piuttosto sul dimesso con delle mises più da party che da Prima della Scala.
Fatta salva qualche eccezione di abiti lunghi con stole di raso o visone bianco ma senza tanti strascichi da Red Carpet Hollywoodiani, le mises erano quasi tutte corte con molto velluto nero e bordeaux, qualche tulle misto a pizzo in stile sirena, e udite udite anche tailleur con giro perle.
Niente oro giallo comunque come detto sopra ma tanti brillanti veri o svarowsky purchè luccicanti, con pietre preziose e qualche collana di bigiotteria a far cineseria.
Guardare per credere.
http://www.corriere.it/foto-gallery/moda/news/16_dicembre_07/madama-butterfly-look-prima-scala-43c9ed02-bc8b-1
Il pubblico era formato quasi esclusivamente da ricchi imprenditori con qualche nobile come l'ex Re Juan Carlos arrivato senza la consorte Sofia dalla quale da tempo è separato in Palazzo facendo vita indipendente per godersi la vita da pensionato di lusso con badanti compiacenti. Poche le presenze di attrici importanti, solo qualche soubrette della Tv e conduttrici di fama come Cristina Parodi la quale era tanto presa a fare i selfie con la sorella Benedetta da lasciarsi scappare lo scoop dell'intervista al Re di Spagna rubatole dall'inviata del Tg 5.
Meglio la fiera delle vanità dove la Paodi ci ha sguazzato alla grande con esperte del settore per fare taglia e cuci alle comparse del Fopyer perchè le protagoniste si sono sfilate elegantemente. Molto presente invece è stato Alfonso Signorini presentatosi in tabarro rosso fuego per catturare l'attenzione riuscendoci benissimo nel mettere in scena La Tragedia di Un Direttore Ridicolo, ben lungi da quel signore gentile educato che si era anonimamente mescolato nel Foyer del Teatro Regio di Parma alcuni anni fa Scherzi del potere a CHI non ce l'ha. Signori si nasce e lui evidentemente lo nacque signorino.
giovedì 9 febbraio 2017
OMAGGIO A TENCO CON LO ZOO DI VETRO
E' stato piacevole rivedere Arturo Cirllo a Teatro Due di Parma, sabato 21 febbraio, dopo l'Avaro dello scorso anno che tanto aveva stupito non solo per la regia ma anche per l'allestimento scenografico e dei costumi.
Davvero geniale in una sequenza colorata di cubi in movimento ad incastro con un il ritmo aggraziato del gioco di luci puntate di volta in volta sui protagonisti.
Quella danza di luci che abbiamo visto anche nello Zoo di Vetro con i fari sul monologo o i dialoghi degli interpreti per poi diventare abbaglianti come le sfaccettature di un svarowsky aprendo la madia con i vecchi abiti degli antichi fasti della gioventù finendo poi a lume di candela di due candelabri in un gioco d'ombre alla Barry Lindom, il film di Stanley Kubrick.

Tante sono le citazioni in questa regia di Cirillo (dove è anche interprete) tratta da un'opera teatrale di Tennessee William nel quale si riprongono gli interpreti del film omonimo Un Tram Che si Chiama Desiderio dove illusione e cruda realta si contrappongono fino alla consumazione di uno stupro violento e conseguente follia.
Il mondo delle illusioni nello Zoo di Vetro pervade tutta una famiglia con una madre ansiosa e onnipresente nella vita dei figli che vorrebbe crescere a sua immagine e somiglianza facendoli invece fuggire dalla sua ombra: il figlio maschio primogenito per inseguire altre ombre che sono quelle del cinema nel quale si rifugia tutte le sere come una sorta di citazione della Rosa Purpurea del Cairo di Woody Allen, mentre la figlia un filo zoppa e timida in maniera patologica si immerge nel vecchio giradischi ad ascoltare canzoni piene di malinconia che in questo contesto teatrale sono quelle di Luigi Tenco con il tormentone “Mi sono innamorato di te, perchè non avevo niente da fare...”
Un niente da fare che è anche il leit motiv di questa famiglia piena di illusioni con la voglia di lavorar saltami addosso perchè troppo volgare e duro è far fatica, impegnandosi solo nel quotidiano fatto di sole chiacchiere di intrattenimento “perchè una donna deve avere spirito per catturare”, regole da seguire, e sogni da rincorrere.
E qui un' altra citazione al film di Nanni Moretti che a domanda su cosa fai nella vita lei risponde “Parlo telefono vedo gente...”
Quella gente che comunque quando viene invitata in casa porta scompiglio mettendo tutti al loro posto, come una sorta di Giardino dei Cigliegi di memoria Cecov.
Infatti viene invitato a cena l'amico di lavoro del figlio: quest'ultimo è un impiegato senza pretese avendo ben altro per la testa perchè oltre al cinema sogna di arruolarsi in marina per viaggiare intorno al mondo, mentre l'amico che un tempo era il fico della scuola ora si muove con i piedi ben piantati a terra.
Lui è lo Stanley di turno, quello Del Tram di Tennessee (Marlon Brando nel film), che dapprima gigioneggia con tutti per poi puntare alla figlia Laura per aprirla al mondo dopo che lei gli mostra il suo fatto di piccoli animaletti di svarovwsky che collezione da tanti anni. Lavorare mai!
Lui però il novello Stanley lo fa gentilmente, prima seducendola con il ballo nella quale la fa ancheggiare tra una zoppicata e l'altra per poi darle un bacio che gli fa capire di essere finito in una trappola inducendolo a salutare tutti con un scusate “ho la fidanzata che mi aspetta alla stazione di ritorno dalla visita a una vecchia zia”. Illuso pure lui, e in quello zoo di vetro diventa consapevole di essere cornuto.
Uscendo dalla porta scoppia la follia nella madre che si era illusa di aver trovato nel fuggitivo, mancato fidanzato della figlia, quella sorta di “Un Amico per La Casa” incarnato nella collana di serie Armony che lei vendeva in abbonamento alle amiche mentre il figlio Tom va a vagabondare per il mondo dopo essere stato licenziato perchè trovato a scrivere poesie sui cartoni da imballo.
Girovagando per le strade davanti a una vetrina sente la mano sulla spalla della sorella Laura che lo fa sbuffare dicendole di andare a spegnere le sue candele. E la citazione al film Candelabre è molto attuale ma quella datata era sicuramente connessa alla Blanche (Vivien Leight) di Un Tram che si Chiama Desiderio in una sorta di messaggio tradotto come cara sorella Attaccati al Tram o come nel Valzer delle Candele (sempre con Vivien Leight che da ballerina di fila vestita da cigno scade a prostituta) buttati dal Ponte di Waterloo.
Lo Zoo di Vetro si presta a molte traduzioni con citazioni mirate ma innovate che van dagli autori di Cinema e Teatro passando dalle canzonette sul tango di Grace Jones di Frantic di Roman Polansky ballata dalle coppiette nel vicolo dietro l'angolo mentre i protagonisti sgolosan dalla finestra, a quelle di Luigi Tenco ante Ciao Amore in una emozionante replica infinita della sorella destinata a diventar la zitella di famiglia
Il tutto in un'ora e mezza di spettcolo che ha raccolto applausi a non finire.
Questo è Teatro: un ensemble accattivante dove sono tutti ugualmente bravi, nessuno escluso, nemmeno chi zoppica e fa di tutto per sparire di scena.
Davvero geniale in una sequenza colorata di cubi in movimento ad incastro con un il ritmo aggraziato del gioco di luci puntate di volta in volta sui protagonisti.Quella danza di luci che abbiamo visto anche nello Zoo di Vetro con i fari sul monologo o i dialoghi degli interpreti per poi diventare abbaglianti come le sfaccettature di un svarowsky aprendo la madia con i vecchi abiti degli antichi fasti della gioventù finendo poi a lume di candela di due candelabri in un gioco d'ombre alla Barry Lindom, il film di Stanley Kubrick.

Tante sono le citazioni in questa regia di Cirillo (dove è anche interprete) tratta da un'opera teatrale di Tennessee William nel quale si riprongono gli interpreti del film omonimo Un Tram Che si Chiama Desiderio dove illusione e cruda realta si contrappongono fino alla consumazione di uno stupro violento e conseguente follia.
Il mondo delle illusioni nello Zoo di Vetro pervade tutta una famiglia con una madre ansiosa e onnipresente nella vita dei figli che vorrebbe crescere a sua immagine e somiglianza facendoli invece fuggire dalla sua ombra: il figlio maschio primogenito per inseguire altre ombre che sono quelle del cinema nel quale si rifugia tutte le sere come una sorta di citazione della Rosa Purpurea del Cairo di Woody Allen, mentre la figlia un filo zoppa e timida in maniera patologica si immerge nel vecchio giradischi ad ascoltare canzoni piene di malinconia che in questo contesto teatrale sono quelle di Luigi Tenco con il tormentone “Mi sono innamorato di te, perchè non avevo niente da fare...”
Un niente da fare che è anche il leit motiv di questa famiglia piena di illusioni con la voglia di lavorar saltami addosso perchè troppo volgare e duro è far fatica, impegnandosi solo nel quotidiano fatto di sole chiacchiere di intrattenimento “perchè una donna deve avere spirito per catturare”, regole da seguire, e sogni da rincorrere.E qui un' altra citazione al film di Nanni Moretti che a domanda su cosa fai nella vita lei risponde “Parlo telefono vedo gente...”
Quella gente che comunque quando viene invitata in casa porta scompiglio mettendo tutti al loro posto, come una sorta di Giardino dei Cigliegi di memoria Cecov.
Infatti viene invitato a cena l'amico di lavoro del figlio: quest'ultimo è un impiegato senza pretese avendo ben altro per la testa perchè oltre al cinema sogna di arruolarsi in marina per viaggiare intorno al mondo, mentre l'amico che un tempo era il fico della scuola ora si muove con i piedi ben piantati a terra.
Lui è lo Stanley di turno, quello Del Tram di Tennessee (Marlon Brando nel film), che dapprima gigioneggia con tutti per poi puntare alla figlia Laura per aprirla al mondo dopo che lei gli mostra il suo fatto di piccoli animaletti di svarovwsky che collezione da tanti anni. Lavorare mai!Lui però il novello Stanley lo fa gentilmente, prima seducendola con il ballo nella quale la fa ancheggiare tra una zoppicata e l'altra per poi darle un bacio che gli fa capire di essere finito in una trappola inducendolo a salutare tutti con un scusate “ho la fidanzata che mi aspetta alla stazione di ritorno dalla visita a una vecchia zia”. Illuso pure lui, e in quello zoo di vetro diventa consapevole di essere cornuto.
Uscendo dalla porta scoppia la follia nella madre che si era illusa di aver trovato nel fuggitivo, mancato fidanzato della figlia, quella sorta di “Un Amico per La Casa” incarnato nella collana di serie Armony che lei vendeva in abbonamento alle amiche mentre il figlio Tom va a vagabondare per il mondo dopo essere stato licenziato perchè trovato a scrivere poesie sui cartoni da imballo.
Girovagando per le strade davanti a una vetrina sente la mano sulla spalla della sorella Laura che lo fa sbuffare dicendole di andare a spegnere le sue candele. E la citazione al film Candelabre è molto attuale ma quella datata era sicuramente connessa alla Blanche (Vivien Leight) di Un Tram che si Chiama Desiderio in una sorta di messaggio tradotto come cara sorella Attaccati al Tram o come nel Valzer delle Candele (sempre con Vivien Leight che da ballerina di fila vestita da cigno scade a prostituta) buttati dal Ponte di Waterloo.
Lo Zoo di Vetro si presta a molte traduzioni con citazioni mirate ma innovate che van dagli autori di Cinema e Teatro passando dalle canzonette sul tango di Grace Jones di Frantic di Roman Polansky ballata dalle coppiette nel vicolo dietro l'angolo mentre i protagonisti sgolosan dalla finestra, a quelle di Luigi Tenco ante Ciao Amore in una emozionante replica infinita della sorella destinata a diventar la zitella di famiglia
Il tutto in un'ora e mezza di spettcolo che ha raccolto applausi a non finire.
Questo è Teatro: un ensemble accattivante dove sono tutti ugualmente bravi, nessuno escluso, nemmeno chi zoppica e fa di tutto per sparire di scena.
lunedì 28 novembre 2016
DA BROADWAY IL RE LEONE
Il musical sta ritrovando l'antico vigore ai tempi del cinema degli anni 50.Attori e attrici dovevano necessariamente passare da questa prova imparando a cantare e ballare fin da giovanissimi. Sul palco dei musical si sono esibiti attori e attrici che hanno dato il volto ai personaggi mentre la voce era doppiata da cantanti professionisti.
Negli anni 70 emergevano Julie Andrews perchè cantava dal vivo nel mitico Mary Pappins, o Barbra Streisand in Funny Girl mentre Audrey Hepburn in My Fair Lady era stata doppiata in italiano da Tina Cenci.
Il musical cinematografico è stato seguito dal pubblico fino a pochi decenni fa e quando stava per tramontare definitivamente risorgeva grazie al successo della Febbre del Sabato Sera rinnovato e pimpante con Grease che apriva al musical delle canzonette rock con il ritmo di Bob Fosse e Rob Marshall ad accompagnare film d'epoca da Cabaret a Chicago passando per Moulin Rouge senza dimenticare Nine e da ultimo Les Miserables.
E proprio quest'ultimo sta raccogliendo grandi consensi a Broadway per la scenografia stupefacente di grande impatto anche per le canzoni afro cantate da neri i quali si sa che in questo campo sia come voce che come danza contemporanea hanno raggiunto l'apice della tecnica mista a fortissima sensualità.
Ma quello che rende unico questo musical sono i costumi e la sceneggiatura.
Gli animali della savana africana sono portati in vita sul palco: leoni, antilopi, iene, giraffe e tanti altri appariranno proprio davanti ai tuoi occhi. Accompagnati da musiche vincitrici di Oscar come Can you feel the love tonight, questo musical mantiene la promessa di essere una vera e propria forma di intrattenimento. Julie Taymor ha avuto un ruolo cruciale nello sviluppo del musical lavorando alle musiche e ai testi, ai costumi, alle maschere e alla realizzazione dei burattini, così come nel ruolo di regista. Il suo lavoro ha contribuito a definire il successo cinematografico di Broadway.
domenica 30 ottobre 2016
ALVIN AILEY AMERICAN DANCE THEATER NUOVO TOUR DA NOVEMBRE
Fra tutte le performances quelle che mi sono rimaste impresse per originalità non avendole mai viste prima di allora sono il Balletto della Cina in una sorta di parata militare alla Tien.an-Men in mix con le parate della Grande Armata Russa danzata sulle note dei canti popolari cinesi fra sventolio di bandiere e fucili spianati dei maschi alternati al roteare delle maniche a farfalla delle ballerine in classico cinese e in divisa da soldatresse.Uno spettacolo piroettante fra coreografie a tuoni e fulmini e saette con uno scroscio di acqua stupefacente. Bellissimo spettacolo che la seconda performance, arrivata alcuni anni dopo, con Lanterne Rosse non ha saputo ripetere.

L'altro è stato quello di Alvin Aley American Dance Theater molto colorato e folcroristico con ballerini tutti di colore che hanno scaldato il cuore fra soul blues e jazz in danze tradizionali con riferimenti alla schiavitù e alla raccolta di cotone e contemporanee molto ritmate e sensuali. Sarebbe molto interessante poterlo rivedere a Parma. Ad ogni modo il prossimo tour di questo corpo di ballo è fissato per il
Nov 30-Dec 31 at New York City Center.
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